Chissà cosa pensavano
il mio amico Francesco e il suo collega Paolo quando iniziavano,
quasi per gioco, a fare questo film. A raccontare questa
storia. Chissà se immaginavano di ritrovarsi pian
piano da quella stessa storia inghiottiti, persi tra il
prima e il dopo, tra il nord e sud di un percorso che non
ha più (se l'ha mai avuta) un'unica direzione. Chissà
se anche loro come me, mi chiedo oggi mentre scorrono quelle
immagini e quelle note senza tempo, hanno scoperto a poco
a poco che quella favola che ci aveva incantato nella nostra
infanzia era ancora viva e "ancora importante".
Di più: si poteva perfino entrarci dentro!
Però per Francesco e Paolo non posso parlare, allora
parlo per me.
Difficile spiegare cosa provasse
verso la fine degli anni settanta un bambino di 8 - 10 anni
ad ascoltare la musica degli Inti Illimani. Difficile anche
per me che sono quel bambino. Perché da allora è
successo di tutto, troppo per ricordare cosa fosse allora
a piacermi così tanto di quella musica, o del mondo
che - fantasticando - ci vedevo dietro. Però mi piaceva.
Tanto...da volerli sentire. e risentire...
Difficile pure - ma già un pò meno - raccontare
perché nel 2001 abbia sentito il bisogno di "rubare"
alcune delle loro note più belle per costruirci la
base di quello che di lì a poco sarebbe diventato
uno dei miei pezzi più "importanti", e
cioè "Il mio nemico". Da lì l'occasione
insperata di incontrarli, fino alle sempre più proficue
e continue collaborazioni di questi anni. Fino a questo
film, che racconta l'anima, più che la storia, di
un sogno nato un giorno per indicare una strada, recuperare
un'identità e dare una speranza. E che alla fine
di strade ne ha incrociate tante, come di identità,
come di speranze. E' per questo, o anche per questo, che
il film non ha né voluto né potuto seguire
un filo logico, o cronologico. E meno male. Quella musica
non ha altro tempo che il suo. Tanto ogni tappa è
un ritorno e un inizio, ogni canzone un volo sospeso tra
il nuovo e l'antico.
Quello che ora so, insomma,
e che forse istintivamente sentivo già da bambino,
è che gli Inti sono un treno, partito ormai più
di quarant'anni fa, che non si è mai più fermato.
E non si è fermato, malgrado la storia e il tempo
ci abbiano provato più volte, non solo per la loro
invidiabile forza e convinzione, ma soprattutto perché
un mondo intero ha voluto e vuole che quel treno continui
a correre.
Negli anni si sono perse carrozze, altre sono state aggiunte.
E altri treni sono nati dalle sue costole. E com'è
naturale per un così longevo e glorioso servizio,
da rivoluzionario che era il locomotore si è fatto
anche saggio. Non nasconde tracce e vessilli del suo lungo
e faticoso cammino, ma trasporta ancora i sogni più
forti, più grandi, più coraggiosi.
Quando ci sali e vieni avvolto da quella musica antica,
guardare fuori significa accorgersi che il mondo intorno,
da qualche parte e in qualche tempo, deve avere imboccato
la galleria sbagliata.
Il viaggio giusto è ancora lì, su quel treno.
Fate il biglietto e accomodatevi in carrozza.
Daniele Silvestri |